Catari di oggi

Mark Zuckerberg, presidente e fondatore di Facebook

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Potrebbe essere uno spin-off dei miei problemi con la lavatrice; in realtà è solo la registrazione di alcuni corollari delle riflessioni precedenti sopra il peccato originale. Riporto per chiarezza le parole che in Genesi,3,5 danno l’abbrivio alla frana inarrestabile, conosciuta non a caso come la Caduta:

“Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza…”

Con una certa approssimazione alla verità oltre il paradosso, mi verrebbe fatto di dire che il peccato originale sia il fatto storico per eccellenza, come e più della scoperta del fuoco, o per meglio dire delle tecniche per conservarlo e poi per produrlo.

Degli inventori della penicillina, del siero antirabbico, dei tergicristalli sappiamo nomi e cognomi, perché esistono i giornali, ma allo stesso modo ci deve essere stato uno, più di uno, nei diversi punti della Terra che hanno avuto la genialata che poi si è trasmessa a tutti gli altri.

Se non sono arrivati gli alieni, qualcuno ha fatto un’azione storicamente significativa, che è poi diventata patrimonio di tutti. I primi inventori sono, come si usa dire, persi nella notte dei tempi. Analogamente il peccato originale si è trasmesso come una sorta di “spina bifida” morale a tutte le generazioni successive.

Del resto non è che pensiamo che Dio abbia schioccato le dita per sei giorni di seguito per la Creazione; dovrebbe averle schioccate per qualche miliardo di anni. Il racconto della Genesi dà solo una forma particolare, narrativa agli avvenimenti costitutivi del nostro essere al mondo.

Non sappiamo nulla del modo o dei modi in cui si è concretizzata e strutturata la nostra posizione di rifiuto. Per gli Angeli è stato semplice: il “Non serviam” è un atto collocato fuori dal tempo e dallo spazio, per noi uomini potrebbe essere andato avanti per un pezzo, e continua ancor oggi tra sbruffonate, millanterie e precipitose marce indietro: in fondo siamo un po’ tutti Uriah Heep, grandioso personaggio dickensiano: per chi non l’avesse fatto vale la pena di leggere David Copperfield solo per lui. Per Uriah e per il signor Micawber.

Ma usciamo pure dai miei paradossi, perché anche solo come archetipo il peccato originale trova puntuale rispondenza nel comportamento di ciascuno e di tutti, in tutti i tempi.

È come una scheggia del pugnale dei Nazgul, come ce la rappresenta con felicissima intuizione Tolkien nel Signore degli Anelli, che rimasta nel corpo di Frodo lo trascina inesorabilmente verso il regno del Male.

Ogni giorno s’avvicina, seppure per un tratto infinitesimale, verso il nostro cuore, mentre ci ingegniamo a modulare i sette peccati capitali, come note di una malefica scala musicale, in una nostra personalissima melodia.

Ma è soprattutto nella Storia dell’Uomo che possiamo leggerne la persistenza sottotraccia, a volte invisibile alla superficie, altre volte emergente con punte parossistiche come in un elettrocardiogramma o nel tracciato di un sismografo.

Un momento rivelatore già nei primi secoli del Cristianesimo, l’avvento delle correnti gnostiche. E qui mi devo ricredere perché ho ritenuto spesso un vezzo l’insistenza di taluni sulla Gnosi.

Ed invece il pensiero filosofico cristiano, assumendo le categorie neoplatoniche del tardo paganesimo (nihil novum sub sole si direbbe), accentuarono la separazione spirito materia, finirono con lo svalutare completamente quest’ ultima, vista come il buio dove finisce la luce dello Spirito, ne dedussero che Cristo non s’era potuto incarnare in qualcosa di così sordido e buio, lo videro come un Eone, un intermediario tra il Divino e le sfere inferiori, opposto al Dio veterotestamentario, considerato un Demiurgo malvagio.

L’Incarnazione era quindi sostanzialmente uno scandalo: parecchi secoli dopo il massone Goethe avrebbe parlato della Croce di Cristo come del simbolo più ripugnante: “…l’odioso legno della croce, la cosa più disgustosa che esista sotto il sole” (Lettera a Zelten, 9 giugno 1831)

Quasi mille anni dopo le prime chiare formulazioni gnostiche, ecco il ripetersi della febbre sismica: tra numerosi movimenti pauperistici e spesso ereticali compaiono i Catari, descritti dalla moderna storiografia come vittime della Chiesa, in realtà i Talebani di allora.

Con le stesse caratteristiche dei primi gnostici, probabilmente rese più crude perché alimentate da correnti di contestazione delle ricchezze della Chiesa, non prive di fondamento, da scontri di potere e di denaro. La ribellione dei poveri e diseredati veniva convogliata e prendeva i colori dell’eresia in un circuito vizioso che si sarebbe ripetuto più volte nella storia.

Nella stessa Riforma luterana, che nel giro di tre anni avrebbe visto le prime rimostranze e richieste del monaco agostiniano, tutto sommato moderate e rivolte contro gli abusi nei costumi del clero, virare a velocità impressionante nelle più radicali contestazioni dottrinali, per poi ricevere ed accettare volentieri l’appoggio mondano, politico e militare della nobiltà tedesca che vedeva nella Riforma un grosso affare economico.

Lo stesso sarebbe accaduto nella lotta fratricida tra cattolici ed ugonotti, tra le casate dei Guisa e dei Borboni: i motivi veri erano il potere e il soldo: cherchez l’argent, ché poi eserciti di Sardine si trovano in un batter d’occhio.

Comunque, con i Catari ci troviamo con una versione più agguerrita e tutto sommato più trucida dei vecchi gnostici, e con caratteristiche ancora più esasperate: il mondo è una cloaca, tutta la materia lo è, e soprattutto tutto ciò che riguarda il sesso, con la conseguenza che già il feto fa un po’ schifo, il matrimonio idem e perciò, come si evince dagli interrogatori ad alcuni membri, più o meno consapevoli, della setta, tanto vale fare sesso con chiunque, anche fuori dal matrimonio.

Con una logica che non fa una grinza: se cedo all’abominio della carne, degli istinti terrestri anche con mio marito, tanto vale farlo col parroco prestante che mi dà sollievo spirituale e fisico. Non sono fantasie, si può controllare qui.

Per i pochi perfetti, si delinea la via all’ascesi, alla totale negazione della materia, del corpo e della dimensione creaturale degli uomini, si sente l’esigenza di una purificazione integrale, con sfumature vegane per esempio e con l’ideale, più sognato che praticato temo, del digiuno totale.

Se poi cedi, se sei costretto a peccare, vedi di farlo fortiter, come avrebbe detto due secoli dopo Lutero, poiché quando la porta della perfezione si restringe troppo, ci si rifugia nel valore simbolico, si parla di richiamo, si usa l’espressione “al limite” e consimili.

Un movimento tra i tanti sembrerebbe, sicuramente niente affatto significativo rispetto a rivoluzioni, guerre, carestie e tutto l’armamentario che ha perseguitato l’umanità nei secoli, eppure adesso, circa otto secoli dopo, eccolo riapparire sotto altre forme, come in una dissolvenza incrociata, e con tratti niente affatto rassicuranti.

I Catari di oggi?

Tre esemplari emblematici sono ben esposti ai nostri occhi: Bezos, Zuckerberg e il compianto Jobs. Quest’ultimo tutto preso dal suo sogno di purificazione, nell’ansia di liberarsi da quante più possibili scorie materiali, mangiava solo frutta e si è beccato un cancro al pancreas; requiescat.   

Due parole su vegani, fruttariani e digiunatori assortiti, poiché comunque il fine, perlomeno vagheggiato, è quello di avere un tubo digerente immacolato, senza macchia né ruga alcuna, proprio come nel XII secolo.

Una frase che si sente ripetere soprattutto dai più giovani è “Come è possibile che nel duemila ci siano guerre, malattie, carie e che i treni ritardino?”. Qualcuno mi disse anni fa che trovava molto primitivo il modo di fare i bambini: non so ancora oggi, perché non glielo chiesi allora, a quale fase della procreazione si riferisse, ma bisogna ammettere che entrambe sono rimaste oggettivamente ad uno stadio molto primitivo.

Purtroppo è ancora così, anche se i nostri Catari lavorano attivamente per riformare e migliorare l’opera raffazzonata del Creatore, quindi alimentazione a base di grilli (anche blatte, sono certa, solo che aspettano a dircelo), microchip di ogni dimensione e colore abbinabili probabilmente agli occhi, realtà aumentata.

Ecco che le stranezze risibili dei Catari prima versione adatte – pensavamo noi quando le studiavamo a scuola – alle menti semplici e incolte dei medievali, vengono replicate per il sequel di oggi arricchite con tutti gli effetti speciali e c’è gente, su internet ma anche nella televisione generalista, che ci dice come le cose andrebbero meglio, non per noi ché chissenefrega, ma per il ‘Pianeta’ se solo ci avvicinassimo all’obiettivo di non mangiare nulla, né tantomeno di procreare.

Mi sono convinta che alcuni degli aspetti più incredibili e a loro modo folkloristici di tutto il dibattito sulla pandemia, vale a dire che solo dopo più di due anni si faccia strada nelle menti più scientifiche del pianeta, a) l’idea che il vaccino funzioni un filo meno del previsto, b) che le cure domiciliari invece funzionino bene, siano dovuti in fondo all’atteggiamento magico con cui ci si approccia alla medicina.

Mi spiego: le nonne d’antàn alle prese, come direbbe oggi la pubblicità, con l’intestino pigro si lamentavano che neppure le prugne funzionassero. Con ciò stesso facevano propria, e trasmettevano, l’esperienza che agissero fenomeni di assuefazione, di perdita d’efficacia di qualunque rimedio, fosse pure oggi un antibiotico o un vaccino.

L’essersi scollegati dal dato naturale, sesso età alimentazione, fa sì che, allora alle pozioni, oggi con minore sensatezza ci si affidi di fatto allo specialista della narice sinistra – l’aveva già detto Dostoevskij- e che lo specialista agisca in base al proprio protocollo di riferimento.

Torniamo ai nostri catari: mentre è indubbio che Schwab e Soros, più qualcuno dei nostri, appartengano alla categoria dei Mutanti e Bill Gates presenti ancora qualche carattere terragnolo, per Mark e Jeff parlano i loro volti: né vecchi né giovani, con quelle fisionomie piallate, senza ombre e il loro, famoso del resto sin dall’antichità, sorriso arcaico.

Si vestono molto sobriamente con maglioncini neri, come i nostri Versace e Armani, che non avevano certo bisogno di sfoggiare le loro creazioni per apparire eleganti: loro facevano l’eleganza, loro erano l’eleganza.

Ecco, Zuckerberg e Bezos sono i sarti della nuova umanità, per loro l’appellativo di ricco ha perso significato, cosa possono volere, il deposito di zio Paperone per tuffarsi nell’oro? I loro desideri sono tagliati alla radice, sono Re Mida, tutt’al più qualche volta possono avere bisogno del Jet privato per andare a parlare dei cambiamenti climatici provocati dai troppi aerei.

Nutrono e pascolano legioni di porci attaccati (citazione strettamente evangelica, non prendetela come fatto personale) ai loro devices o all’ultima maglietta da avere in un giorno, sia costata lacrime e sangue a qualcuno nel Bangladesh e a qualcuno qui a smistare pacchi; perché aspettare cinque giorni per avere il tuo set di posate per il barbecue se puoi averlo il giorno dopo?

Sognano? Bezos certamente l’immortalità, per sé e pochi altri, mica penserete che voglia condividerla, ché sarebbe un incubo, l’altro un universo parallelo, senza peso materiale e limiti. Del resto, la vulgata tramanda che Gates, Zuckerberg  e tutti i Signori del digitale si guardino bene dall’educare i loro rampolli alla full immersion nella realtà virtuale. Qualcuno deve pur rimanere lucido.

La morte è certamente una fregatura oltreché orribilmente rozza, anche per i ricchi e potenti: nella seconda metà del secolo scorso il primo tentativo, un po’ naive, un po’ come i laboratori del Dr. No di Bond, è stata la criogenesi o ibernazione, poi è venuta la clonazione, ora il  Metaverso o l’Intelligenza Artificiale, insomma la versione pop dell’Io, l’Autocoscienza, lo Spirito hegeliano che si realizza senza bisogno di Dio, tantomeno di un Dio incarnato, che anche non pochi cattolici trovano un po’ troppo come dire nazional-popolare, diciamocela tutta anche un po’ volgare, come le processioni o un rosario di plastica celeste.

 

 

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