Shaman King (2021)

Andrà tutto bene.
La cosa più importante è qui, nel nostro cuore.
Se uniamo i nostri cuori, in qualche modo ce la caveremo.

Yoko Hikasa, “Courage Soul”

Shaman King, originariamente scritta da Hiroyuki Takei tra il 1998 e il 2004 per Shonen Jump di Shueisha, è sempre stata una serie abbastanza controversa in ogni sua incarnazione.
Il manga originale era stato interrotto senza un finale, e anche l’adattamento animato realizzato dallo Studio Xebec nel 2001 aveva ben presto preso una strada tutta sua, diversa dal manga, per mancanza di materiale cartaceo da adattare, arrivando a un finale conciso ma lontano dagli intenti dell’autore. Ci sono voluti molti anni e una Perfect Edition che ha permesso all’autore di completare il manga con un finale vero e proprio per far tornare sulla cresta dell’onda Shaman King con diversi progetti collaterali. La serie di Hiroyuki Takei arriva al suo ventesimo anniversario, nel 2021, con alterne fortune, un cambio di casa editrice, una ripubblicazione in una Final Edition (appena finita di pubblicare in Italia da Star Comics), ed è pronta a festeggiarlo in grande stile con l’annuncio di un nuovo anime, realizzato dallo Studio Bridge, che avrebbe adattato l’intero manga, nuovo finale compreso, in 52 episodi.
Le Olimpiadi di Tokyo hanno fatto saltare spesso la programmazione, rendendola un po’ più lunga dell’anno programmato, ma Shaman King ha potuto concludere la sua corsa, e nel frattempo è stato anche caricato su Netflix con svariati doppiaggi, tra cui anche l’italiano.

 

Va detto subito, Shaman King è un manga controverso. È complesso da leggere ed è complicato da adattare in anime. Questo perché, nonostante parta come il più classico dei manga di combattimento, con un torneo in cui i protagonisti sciamani si scontrano facendo combattere fra loro i loro spiriti, in realtà questa è soltanto una scusa. Shaman King ha un modo tutto suo di raccontare la sua storia. Usa i combattimenti, il torneo, i power up, le “Dodici case” per comodità, magari perché l’editore ha detto a Hiroyuki Takei “Guarda, questi sono gli elementi che fanno vendere, usali”, e in effetti questi scontri fra sciamani si rivelano assai intriganti.
Ma non è questo ciò che Hiroyuki Takei vuole raccontare. Shaman King parte come uno shonen abbastanza semplice, con un gruppo di personaggi che man mano si forma, rivali che diventano amici, un grande cattivo da abbattere e un torneo da affrontare, con una narrazione che può sembrare anche un po’ infantile dato che quasi tutti i protagonisti sono dei ragazzini. Ma pian piano mette il turbo senza che tu te ne accorga, ed ecco che ti ritrovi catapultato in una storia più profonda di quanto non sembrasse in apparenza, in cui i combattimenti sono solo la scusa affinché l’autore possa mettere in scena scontri di ideali, culti, credenze, culture provenienti da ogni parte del mondo, dove ciò che conta non sono i colpi speciali ma i sentimenti dei personaggi, i messaggi e le riflessioni, anche di una certa profondità, che portano con sé, la loro crescita psicologica, i legami che intrecciano fra loro.

 

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“La cosa più importante è qui, nel nostro cuore” dice la bellissima e simbolica quarta sigla di chiusura, ed è una frase che ricorre spessissimo nella serie.
“Chi è capace di vedere gli spiriti non è una persona malvagia”, “In qualche modo ce la caveremo”, “La cosa più importante è il cuore”, “Fino al giorno in cui non avremo trovato la risposta, nemmeno la morte fermerà il nostro viaggio”. Shaman King ne è pieno, di frasi che si ripetono più e più volte, svelandoti il percorso e gli intenti di un autore che sin dall’inizio aveva in mente dei messaggi ben chiari e una direzione ben precisa da dare alla sua storia, che usa scontri e tornei per parlare di filosofia, di etica, di religione, di crescita personale, di traumi da superare, di rapporti umani. È una storia particolarissima, dove il protagonista è quasi il mezzo che muove gli altri personaggi piuttosto che colui che crea la storia in prima persona.
Ha un cast bellissimo, fatto di mille personaggi che viaggiano alla ricerca di un sogno, ma pian piano scoprono che da soli non è possibile realizzarlo, che servono dei legami, degli amici, dei compagni, che bisogna avere fiducia negli altri, e insieme a questi amici e compagni in qualche modo tutti i problemi si supereranno, anche se dovessero essere risolti tra cinquecento o mille anni dai nostri discendenti.
Ogni personaggio ha una sua nazionalità, un suo stile di combattimento basato su un particolare culto, uno spirito tutto suo che lo accompagna: antichi samurai giapponesi e guerrieri cinesi, zombi orientali, bambole voodoo, folletti della natura e spiriti degli animali, oni e shikigami, spiriti di antichi cavalieri, divinità egizie, buddiste, induiste, nativi americani e divinità del nord Europa, streghe e medium, fino ad arrivare persino agli angeli e agli angeli caduti. Lo scontro tra queste culture porta spesso alla luce dilemmi etici, morali, religiosi di una certa levatura, rendendo Shaman King una serie da seguire con interesse, ma che proprio per questo risulta essere complicata da trasporre in animazione e non di rado delude il suo pubblico primario, quello degli adolescenti, che vorrebbero solo vedere botte da orbi e invece si ritrovano un sacco di citazioni culturali e di discorsi sui massimi sistemi che possono straniarli.

 

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C’è una cosa importante da dire su Shaman King, di cui ci accorgeremo ben presto andando avanti nel corso della visione. Non è una di quelle opere dove l’autore si piega a ciò che i lettori vogliono e glielo dà per farli contenti. No, in Shaman King comanda lui, sempre. Questa è una cosa con cui bisogna scendere a patti nell’approcciarsi a questa serie, che perciò non di rado risulta straniante, anticlimatica, raggiunge picchi di poesia e lirismo incredibili e poi si incarta su se stessa perché non sa come risolvere i combattimenti sul lato pratico, ma in realtà nemmeno le interessa farlo, è tutta una scusa per far parlare i personaggi dei massimi sistemi, per evocare riflessioni, per veicolare messaggi. I personaggi muoiono, ma sfruttano qualsiasi mezzo per resuscitare e tornare in campo. E, se non ci riescono, continuano a combattere sotto forma di spiriti. Sono sciamani, possono farlo. “Fino al giorno in cui non avremo trovato la risposta, nemmeno la morte fermerà il nostro viaggio”.

 

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È difficile per lo spettatore, specie se giovane e abituato a shonen più lineari, scendere a patti con Shaman King, che di continuo ti fa credere che tu abbia il coltello dalla parte del manico quando invece si scopre averlo l’autore. Vuoi combattimenti alla Dragon Ball, con infiniti scambi di colpi fighissimi? Non li avrai, i combattimenti di Shaman King sono vecchia scuola, alla Saint Seiya (non a caso, un altro manga dove lo scambio di ideali, gli elementi culturali e le riflessioni sono più importanti delle botte), con un’inquadratura fissa, kanji e scritte svolazzanti su schermo, e tanti discorsi culturali, ideologici e filosofici durante gli scontri.
Vuoi un protagonista tosto che spacchi tutto e gridi ai quattro venti il suo sogno di diventare il re degli sciamani? Non lo avrai, Yoh è buono e caro, calmo, passivo, sempre col sorriso sulle labbra e quel suo idealismo immotivato secondo cui “in qualche modo ce la caveremo” col quale riesce a portare tutti dalla sua parte perché “chi è capace di vedere gli spiriti non è una persona malvagia”. Vuoi uno torneo all’ultimo sangue per decretare il re degli sciamani? L’autore troverà ogni modo possibile per ribaltartelo. Vuoi uno scontro all’ultimo sangue col boss finale? Abbiamo già detto che qui sono importanti le riflessioni e i legami piuttosto che i combattimenti, no?

 

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Come si può rendere in animazione un manga del genere? Studio Xebec, complice anche il fatto che il manga era nelle sue fasi iniziali quando il primo anime è stato prodotto, gli diede un taglio più action, che lo rendeva più semplice da seguire ma snaturava anche l’essenza di un manga più improntato sulla riflessione che sulle battaglie. Studio Bridge con la nuova serie fa quel che può per adattare tutto nel migliore dei modi, ma non sempre ci riesce. 52 episodi sono pochi, serviva un cour in più per renderlo al meglio, perciò vengono fatti qua e là diversi tagli, velocizzati diversi fatti: il primo cour di tredici episodi, che adatta i primi nove volumi, omette praticamente quasi tutto il primo volume (a onor del vero in gran parte composto da storie autoconclusive che erano state omesse anche nel vecchio anime, in modo simile a quanto successo all’adattamento animato di Yu Yu Hakusho, che si era trovato in una situazione simile ai tempi) e non è raro che adatti in un solo episodio un volume intero, tagliuzzando qua e là. Il risultato è che il ritmo è discontinuo, spesso troppo veloce, spesso adatto il giusto, ogni tanto si ha la sensazione che qua e là manchi qualcosa. A volte è colpa dello Studio Bridge, che ha effettivamente tagliato qua e là dei pezzi, ma a volte è la stessa storia di base a non farsi capire, perché Hiroyuki Takei è un mangaka criptico, con un senso dell’umorismo spesso abbastanza incomprensibile, che usa la virtuale immortalità dei suoi personaggi per ficcarli in situazioni in cui gli succede di tutto ma non sempre è molto bravo a spiegare come. Soprattutto nell’ultima parte, esattamente come nel manga, cominciano ad esserci spunti non più utilizzati, personaggi buttati lì senza approfondirli troppo, colpi di scena assurdi dove la gente si tradisce, si spara, muore, resuscita, continua ad agire sotto forma di spirito perché sì, tanto siamo sciamani, possiamo farlo, “fino al giorno in cui non avremo trovato la risposta, nemmeno la morte fermerà il nostro viaggio”.
Anche lo stesso scontro finale, dal quale uno spettatore normale si aspetta fuoco e fiamme, viene poi risolto in maniera anticlimatica. Tuttavia, è estremamente coerente con il messaggio che l’autore sotto sotto ti dà sin dall’inizio e, se ci si ripensa alla luce di questo messaggio, può diventare estremamente toccante.

 

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A volte ti fa arrabbiare perché non lo capisci, a volte sembra incartarsi un po’ su se stesso.
Purtroppo, il modo in cui l’autore ha scelto di raccontare la sua storia nel manga risulta un po’ schizofrenico, con un sacco di storie extra disseminate qua e là nei vari fanbook e nelle varie edizioni del fumetto che a volte sono incomprensibili ma altre volte poi si scopre che un senso ce l’hanno, ed erano imprescindibili per la comprensione della storia tutta. Sfortunatamente, questi extra non sono stati adattati in animazione dallo Studio Bridge, quindi al finale dell’anime manca qualcosa di importante, mancano dei pezzi per la comprensione del cattivo finale, dei suoi scopi, della sua psicologia, del suo passato e del motivo per cui agisce, e compare un personaggio che percepisci avere un ruolo chiave ma tu non sai chi è né quale sia questo ruolo, perché ciò che lo riguarda era stato narrato in un episodio extra che non è stato animato. Questo è un grosso peccato, in quanto il finale raccontato dall’anime non colpisce come dovrebbe, dato che allo spettatore mancano dei pezzi fondamentali per comprenderlo. Si sente anche la mancanza del “post finale” che nel manga era relegato a un racconto testuale, questo veramente impossibile da rendere in animazione così dal nulla, ma che forse potremo in qualche modo vedere nell’annunciato sequel animato.

 

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Va detto inevitabilmente che Shaman King non è Dragon Ball, perciò non richiede chissà quale dinamismo nei suoi combattimenti, e non è nemmeno Kimetsu no yaiba, quindi non avrà mai animazioni stratosferiche nelle scene di battaglia, la cui resa è, come nel manga, fatta di immagini statiche e pochi movimenti, effetti di aure luminose ed enormi caratteri svolazzanti su schermo. La grafica è carina, i colori sono vivaci e i disegni molto fedeli a quelli dello stile recente di Hiroyuki Takei (dunque più spigolosi e meno rotondi rispetto ai primi volumi del manga), ma non brilla mai particolarmente a livello di animazione, perciò se vi aspettate scene spettacolari da mascella a terra come in Kimetsu no yaiba, non le avrete. Si è già detto che è Shaman King che comanda e non gli interessa quel che vogliono i suoi fruitori, vero? Vale anche per questo, Shaman King non vuole essere Kimetsu no yaiba, è se stesso, va per la sua strada, non vi dovete distrarre con animazioni stratosferiche ma stare attenti ai discorsi che fanno i personaggi e rifletterci su, perché è così che ha deciso e qui comanda lui, prendere o lasciare.

 

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Difficile rendere su schermo una storia come quella di Shaman King, dove è importante che lo spettatore si prenda i suoi tempi, rifletta per bene sui dialoghi e sui messaggi, perciò non sempre il lavoro di Studio Bridge è eccezionale, ma non gliene si può fare del tutto una colpa, è Shaman King che è così. Non si può sconvolgere il suo ritmo (e infatti, cercare di renderlo più snello e rapido tagliando pezzi per arrivare subito al dunque non gli ha fatto bene), non si può ridisegnare daccapo cambiando cose della storia, perciò bisogna tenerselo così, con tutti i suoi difetti e i suoi pregi. Che, attenzione, sono tanti e lo Studio Bridge ha fatto del suo meglio per valorizzarli quando possibile. Infatti, Shaman King sa farsi perdonare i suoi difetti (quelli che stanno a monte, relativi alla storia di base, e quelli dovuti all’adattamento che ha effettuato diversi tagli) con momenti di grandissimo lirismo e poesia. In primo luogo, grazie ai doppiatori, che, salvo qualche rara mancanza (ad esempio la doppiatrice di Yoh, che lì era Yuko Sato e qui una poliedrica Yoko Hikasa), sono gli stessi della versione dello Studio Xebec, per imposizione dell’autore Hiroyuki Takei, il quale aveva sempre detto che avrebbe concesso i diritti per fare un remake solo se avrebbe potuto avere lo stesso cast e le stesse musiche della versione del 2001. Il che significa che c’è uno stuolo di fuoriclasse del doppiaggio nipponico a doppiare i personaggi: Inuko Inuyama, Katsuyuki Konishi, Romi Park, Yuji Ueda, Takehito Koyasu, Mami Koyama, Minami Takayama, Motoko Kumai, Wataru Takagi, Takaya Hashi

 

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E lei, Megumi Hayashibara. Un nome che da solo basta per capire come mai l’autore si era impuntato così tanto sul vecchio cast e sulle vecchie musiche, in quanto la Anna di Megumi Hayashibara era ed è ancora l’anima di Shaman King in versione animata. Questa colonna del doppiaggio nipponico torna a dar voce a un personaggio che oggi è ben più complesso della versione del 2001, in quanto raggiunge nuovi tasselli del suo percorso e svela più sfumature del suo carattere particolare, intrigante, deciso, dolce, romantico, sofferto, ambiguo e fragile allo stesso tempo.
E, come voleva l’autore, la fedeltà alla versione dello Studio Xebec da questo punto di vista è totale. È ancora Megumi Hayashibara a cantare per la serie, eseguendo la prima sigla d’apertura (molto simile allo stile delle sigle che aveva cantato per la versione del 2001) e la prima di chiusura (invero bruttina, dove la voce della Hayashibara è modificata troppo in stile Vocaloid con un brutto effetto). Ma ci si spinge ancora oltre.
Il quinto episodio, quello che narra lo scontro di Yoh col nativo americano Silva, si chiama “Over Soul”. Che è un concetto importante per la serie, in quanto è il modo in cui gli sciamani combattono incanalando gli spiriti in un tramite, ma è anche il titolo della prima, storica, sigla dell’anime del 2001, cantata appunto da Megumi Hayashibara. E, difatti, per la gioia dell’autore che aveva imposto le vecchie musiche e dei fan di vecchia data che hanno lanciato urla di giubilo che sono state sentite persino all’interno del Grande Spirito, cosa c’è ad accompagnare lo scontro, se non proprio la storica prima sigla dell’anime del 2001?

 

La persona che ti sta aspettando
Di certo non permetterà che tu ti senta più solo

La persona che incontrerai
Di certo non permetterà che tu ti senta più solo

La tristezza di essere abbandonati a marcire sulla strada

L’amore è incontri, addii, un pezzo di tessuto trasparente
Au revoir, monte Osore

Megumi Hayashibara, “Osorezan revoir”

 

E ancora, Shaman King del 2021 ci offre finalmente un giusto adattamento di quello che ogni singolo fan della serie aspettava da secoli di vedere in animazione, ossia quel flashback del monte Osore che rappresenta il punto più alto della storia, raccontandoci il primo incontro tra Yoh e Anna, introducendoci il bellissimo personaggio del gatto Matamune e svelandoci sotto sotto dettagli e messaggi importantissimi per la storia tutta. Una parte fondamentale che era assente nel vecchio adattamento animato, ma a cui erano stati dedicati in passato un paio di bellissimi drama cd. Studio Bridge tratta questa parte coi guanti bianchi, sapendo quanto sia importante per i fan e per la storia stessa, ripartendo i due volumi del flashback in quattro episodi (contrariamente a quanto avvenuto in altri casi dove un volume intero veniva narrato in un singolo episodio tagliando qua e là). Al flashback del monte Osore sono dedicati trailer e visual key appositi, i quattro episodi sono stati trasmessi nei cinema giapponesi durante una speciale maratona che anticipava la trasmissione televisiva del quarto. Questa parte, che già nel manga è ricca di simbolismi, dotata di una sensibilità e di una poesia uniche, è stata resa al meglio, con una fedeltà totale al manga e andando persino a ripescare elementi dai drama cd: Hideyuki Tanaka torna a doppiare Matamune, tornano le canzoni “Ringo Urami Uta”, “Bob Love” e “Osorezan revoir” che erano presenti nel drama cd e che sono state scritte da Takei stesso. In particolare l’ultimo brano, una struggente poesia che ci racconta tutto il senso più intimo della saga, dei personaggi, della serie stessa, non poteva che essere interpretato da lei, Megumi Hayashibara, per tornare a un argutissimo gioco linguistico che lega la sua Anna Kyoyama e il monte Osore (monte di Aomori che si dice essere a metà tra il nostro mondo e l’altro), laddove gli ideogrammi di “Osorezan” (montagna del terrore) possono anche essere letti come “Kyoyama”…
Si è detto che Shaman King del 2021 è tutt’altro che una serie perfetta, che ha molti difetti, ora congeniti al manga originale e ora derivati da troppi tagli da parte della casa d’animazione, ma basta il flashback del monte Osore e il modo in cui è stato reso praticamente alla perfezione (l’unico modo per renderlo più perfetto di così era inserire da qualche parte anche la splendida versione ballad di “Northern Lights”, seconda sigla d’apertura del vecchio anime, che compariva nel drama cd, ma la perfezione non esiste) per perdonargli diverse sue mancanze.

 

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Shaman King ha due sigle d’apertura e quattro di chiusura, laddove la vera perla si rivela essere l’ultima ending, “Courage Soul”, cantata dalla doppiatrice di Yoh, Yoko Hikasa, che ha fatto un lavoro incredibile sul personaggio, modificando un sacco la voce e la parlata quando nei primi episodi Yoh cambiava voce e inflessione in base allo spirito da cui era posseduto, rendendo alla perfezione la sua calma e il suo pacifismo, e cambiando nuovamente voce per questa sigla, che applica un testo ricco di significato al tema principale strumentale della serie. E qui va un altro plauso alla serie, la colonna sonora strumentale è una delle cose più belle che si siano sentite ultimamente, ed è ovviamente di Yuki Hayashi, compositore bravissimo e assai quotato che raramente delude. Durante la stagione primaverile 2021, in concomitanza con Shaman King, è iniziata anche la quinta stagione di My Hero Academia, per cui Yuki Hayashi ha composto perlopiù brani lugubri e dimenticabili, quindi per farsi perdonare ha riversato tutto se stesso nella colonna sonora di Shaman King. Brani eccelsi, dove lo stile di Yuki Hayashi muta varie volte, finendo influenzato dai ritmi tradizionali del Giappone, dei nativi americani, inserisce tamburi, cori etnici, elementi di musica techno, compone un tema principale super esaltante e gli fa compiere un percorso evolutivo che lo porta a diventare ancora più esaltante, più lento, fino a farlo cantare da Yoko Hikasa applicandogli un testo, come aveva già fatto per My Hero Academia con “Might U”, versione cantata del tema principale della serie. Una delle colonne sonore più belle del repertorio di Yuki Hayashi, che da sola fa una parte grandissima del fascino di Shaman King del 2021 e riesce ad esaltare un sacco gli spettatori compensando diversi difetti della trasposizione.

 

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La versione italiana presente su Netflix fa del suo meglio per seguire quella giapponese e perciò riporta al leggio quasi tutti i doppiatori dei vecchi personaggi, laddove possibile, presentando dunque un doppiaggio di buon livello con voci milanesi storiche o ben rodate. C’è però un piccolissimo problema: in tutte le edizioni non giapponesi il personaggio di Chocolove, già ridisegnato rispetto al manga per evitare problemi di sorta, è chiamato Joco, come nella vecchia versione americana censurata della serie del 2001, probabilmente perché “Chocolove” è un marchio registrato a cui si dovevano pagare i diritti o perché il personaggio è africano, aveva i labbroni (ora non più) e un nome del genere sarebbe stata la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso degli stereotipi oggi intollerabili. Chissà.

 

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Shaman King ha sempre vissuto di alti e bassi, nel suo restare fedele a se stesso anche a costo di inimicarsi il suo pubblico. E anche per il nuovo anime è così, è una serie che ha dei bassi (animazioni non bellissime, tagli anche importanti) e allo stesso tempo degli alti veramente meritevoli (le musiche, il doppiaggio, il monte Osore), perciò è difficile giudicarlo. Confrontandolo con altri adattamenti di vecchi shonen di Jump, non è incomprensibile come Hoshin Engi né un adattamento praticamente perfetto come Dragon Quest: Dai no daibouken, ma sta nel mezzo, coi suoi pregi e coi suoi difetti, e perciò come tale lo giudicherò, perché è una serie che emoziona e delude, affascina e intristisce, esalta e commuove, diverte e fa riflettere in una giostra di emozioni che val la pena di provare. Sfortunatamente, mancano dei tasselli per comprenderlo appieno, perciò è consigliata la visione affiancata alla lettura del manga, recentemente ristampato in Italia in una nuova edizione che mette un po’ ordine nella testa dell’autore, che ha molte idee ma non sempre riesce a veicolarle al meglio. Se siete vecchi fan della serie e conoscete già gli sviluppi della storia, invece, potete abbandonarvi a un’esperienza che non vi lascerà indifferenti, con musiche stupende che vi porteranno a emozionarvi e a riflettere sui molti temi, forse troppo importanti per uno shonen come questo, trattati dalla storia. L’anime è disponibile su Netflix con vari doppiaggi, quindi è molto facile da trovare, un po’ meno facile da fruire e capire.

Shaman King (2021) – Recensione anime