Agenda per il nuovo governo. 13, 16, 18: gli adolescenti, il denaro e il lavoro  di Laura Pigozzi

Vorrei mettere sul tavolo della discussione per il governo che verrà una questione spinosa, quella del lavoro dei giovanissimi. Mi riferisco in special modo al lavoro estivo o festivo dei minori che studiano. In particolare vorrei parlare della possibilità di lavorare, durante le vacanze scolastiche prima dei classici – e già normati – 16 anni di età. Non chiamiamoli “lavoretti” perché insegnano molto anche quando può sembrare che non si impari niente in termini di contenuti: ad esempio, servire una birra a un tavolo insegna qualcosa non sulla birra in sé ma sul perché offrirla al cliente in un certo modo e non in un altro, insegna molto sulla struttura delle relazioni che sono in campo in un determinato gioco sociale come il lavoro. I colleghi, i clienti, la proprietà del locale sono prima di tutto posizioni simboliche nuove: non si ha più a che fare solo con i genitori o con gli insegnanti che ne prendono psichicamente il posto. Nel lavoro le relazioni sono inedite per un giovanissimo.

Escono da lì trasformati: si lascia un bambino che forse non ha mai fatto nulla in casa e si ritrova un essere umano che improvvisamente vede ciò che lo circonda, può guardare oltre la punta dei propri piedi, è in grado di organizzarsi un’attività.

Una delle fragilità dei giovanissimi è il non avere una nozione di team di lavoro, di un collettivo che opera per un obiettivo, per una costruzione comune. Se escludiamo l’esperienza protetta della scuola e dello sport di squadra, gli under 16 non hanno mai modo di testare le loro capacità di relazione con i pari e contemporaneamente con un organigramma. E neppure conoscono il senso profondo di una disciplina, che offre punti di ancoraggio utile a che la psiche non se ne vada in rovina. Non la disciplina irreggimentata di una caserma o arbitraria di uno Stato totalitario, ma quella che comporta il parziale sacrificio delle pulsioni per la creazione individuale e del legame sociale, cioè quella che rende onore alla sua etimologia, che deriva da discĕre, cioè imparare. Senza questo passaggio, l’uomo resta bambino e quindi aggressivo.

Le vacanze sono appena finite e in molti abbiamo visto ragazzi “indisciplinati” infantilizzarsi, sprofondati nell’ignavia dei divani di casa, culle che li hanno annegati nella più tetra ripetizione del gioco social che di sociale ha poco.
Eppure parlare di lavoro under 16 fa più scandalo che assistere a questa loro dissoluzione come soggetti attivi, mentre si invoca lo spettro dello sfruttamento minorile.
L’età minima prevista dalla legge italiana per il lavoro minorile è 16 anni, mentre all’estero si inizia prima e la Direttiva della UE, relativa alla protezione dei giovani sul lavoro, prevede già a 13 anni la possibilità di esercitare attività “leggere”. Dopotutto, a 16 anni potrebbe essere già tardi per ricevere quel senso psichico e profondo che può offrire un’esperienza di lavoro, seppure limitato alle vacanze scolastiche. 

Tale inserimento anticipato nell’ambiente lavorativo, se ben gestito anche a livello governativo, potrebbe arginare una certa pericolosa disaffezione al lavoro che sta montando tra i giovani come una marea, collegata a una narrazione sociale – che sarebbe da chiamare piuttosto un piccolo delirio collettivo – per cui il lavoro è solo e sempre castigo e orrore. È pur vero che siamo abituati alla ingiustizia dei tirocini gratuiti per i giovani, pratica viziosa che speriamo venga archiviata dal governo che verrà perché non solo anti etica, ma perché abitua alla falsa equazione che possa esistere un lavoro non retribuito, al di là del volontariato. Per ogni lavoro giovanile va trovata una compensazione, altrimenti decade la valorizzazione stessa del concetto di lavoro e cresceremo generazioni – come di fatto sta succedendo – disabbonate al lavoro, che non credono ad esso. È anche con la possibilità del tirocinio gratuito che facciamo dimenticare loro che il lavoro costituisce un ambito di sviluppo psichico, personale e relazionale straordinario. Inoltre stiamo colpevolmente suggerendo al mondo imprenditoriale che il lavoro può anche essere gratuito. (E non paragoniamo il lavoro gratuito dei minori a quello dei ragazzi di bottega rinascimentali: lì, a fare il pittore e lo scultore, lo imparavano davvero).
L’alternanza scuola-lavoro ha fatto sì che i ragazzi associassero il lavoro allo sfruttamento. Ora, mi dice un’amica insegnante, le hanno cambiato il nome in PCTO (percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento), ma la sensazione che sia solo un adempimento burocratico da assolvere per ottenere il diploma resta. Quindi tutto il valore intrinseco del lavoro viene a cadere.
L’opposizione al lavoro che i giovani manifestano, dunque, sembra essere anche il risultato della distorsione che le nostre politiche stanno infliggendo al mondo giovanile, in aggiunta alle pratiche plusmaterne del familismo contemporaneo.

Secondo la psicanalista dell’infanzia e dell’adolescenza Françoise Dolto, i 13 anni sono l’età ideale per cominciare a guadagnare qualcosa durante le vacanze scolastiche. Anzi, anche prima, ecco infatti cosa scrive: “è capitale a quest’età – tra gli 11 e i 13 anni – non essere più nella completa tutela economica dei genitori per accedere al diritto del proprio sviluppo personale.” Dolto, quindi, mette in connessione il guadagnare qualcosa con il diritto allo sviluppo personale. Link strepitoso e dimenticato.

Un’amica mi ha ricordato l’immagine classica dei gruppetti di bambini che sulla spiaggia vendono collanine e braccialetti fatti da loro, che sono felicissimi per ogni euro e complimento ricevuto. Mi è venuto subito in mente che da piccola, con le amiche, giocavamo a “negozio” (dal lat. nec+otium = non ozio). Il senso dello scambio lavoro-guadagno era precoce, ci faceva sentire grandi, non tanto perché imitavamo i grandi, ma perché quegli spiccioli potevamo tenerceli o comprarci qualcosa senza bisogno di chiedere, mettendoci nella condizione di desiderare e scegliere tra i desideri, funzione psichica non da poco per un bambino.
Il denaro è un marcatore simbolico, non è solo un segno del negativo, della tentazione o dell’inganno. Il lavoro a 13-14 anni non sarebbe forse un modo per rimettere il denaro nel giusto valore psichico – cioè nel posto del corrispettivo di un lavoro – invece di lasciare i nostri ragazzi a fantasticare a vuoto sui milioni guadagnati da calciatori e soubrette? (Ricordiamo che il termine soubrette indicava nel teatro dell’arte la servetta seduttiva: una vera sciagura per il posizionamento simbolico delle nostre figlie che subdolamente, con film e serie, vengono condotte all’idea di accalappiare il riccone di turno).
Il lavoro under 16 potrebbe rimetterebbe il denaro in un posto psichico che ha un valore di scambio legato al lavoro, fuori dalle immaginazioni fantasmatiche che lo trasformano in un mezzo onnipotente, in una bacchetta magica capitalistica, in un vacuo pass-par-tout per la felicità. Il denaro resta un fantasma alienante quando non inserito in un circolo produttivo umanizzante. Fuori da questo circuito il denaro è fantasmizzato, utilizzato come un tappo maldestro al buco dell’angoscia. Per l’essere umano, il primo movimento di fronte all’angoscia è il godimento, perché trovare il desiderio è una strada più complicata, benché sia proprio l’angoscia che, se ascoltata ed elaborata, ci metterebbe sulla sua pista, secondo Lacan. Dentro il circuito del solo godimento il denaro resta un oggetto stercale. All’interno di quello del desiderio può aspirare a un’esistenza simbolica che integra quella fantasmatica, mai del tutto evitabile. 

Fare un lavoro estivo anche solo in vista di un progetto personale – ad esempio iscriversi a un corso desiderato – è un ottimo modo per istituire quel circuito virtuoso e scegliere quello che interessa personalmente e non quello che interessa ai genitori. È un modo per rendere simbolico il denaro, dargli senso, farlo uscire dalle fantasie e rendere potenti – cioè non onnipotenti – i figli che possono procurarsi qualcosa di desiderato: possono procurarselo da sé, non grazie ai genitori. È questo il grande significato del lavoro estivo under 16. Ed è forse per tale autonomizzazione dalla famiglia che quest’ultima potrebbe, forse inconsapevolmente, ostacolarlo.

Negli Usa, ci ricorda ancora Dolto, i giovani possono affermarsi potendo guadagnare dei soldi mentre vanno a scuola, durante l’anno scolastico e non solo nelle vacanze: lì è la regola del gioco partecipare al finanziamento dei propri studi. Gli adolescenti, secondo Dolto, “sono diventati una classe a forza di essere rigettati come inadatti a entrare nella società”. Ecco da dove proviene il concetto di adolescente, parola del Novecento e fino ad allora del tutto nuova nella storia dell’umanità: un limbo oscuro tra infanzia ed età adulta con cui i grandi non sanno bene che fare e i ragazzi chi essere. Come possiamo avere giovani cittadini, esseri appartenenti al collettivo, e non alla sola famiglia, se non li mettiamo nella condizione di entrare nel sociale a un’età adeguata?

A 13 anni un ragazzo è in grado di gestire delle responsabilità.

Nella tradizione ebraica il Bar mitzwah si svolge a 13 anni – a 12 il Bat mitzwah per le ragazze – e indica il momento in cui un ragazzo ebreo raggiunge l’età della maturità. Bar/bat mitzwah significa figlio/figlia del comandamento: non sono più figli del padre e della madre ma diventano membri della comunità, figli della legge che la regola. A 13 anni, o a 12 anni, diventano responsabili in proprio nei confronti della legge ebraica, responsabili nel distinguere il bene e il male. Importante è la formula di rito che viene pronunciata in questo momento di passaggio: “Sia benedetto Colui che mi ha liberato”, formula con cui il padre è libero dagli obblighi verso il figlio che diviene responsabile delle proprie azioni, rendendo esplicito il legame inscindibile tra libertà e responsabilità. Colui che libera il genitore dalla tutela del figlio – e viceversa – viene chiamato benedetto: quanto è lontano dal bisogno genitoriale di una tutela che non finisce mai nella famiglia contemporanea!

Il lavoro under 16 rafforza l’importanza della vita tra pari e la costruzione di senso sociale che i nostri figli dovrebbero cominciare a imparare fin dall’asilo. A tre anni la scuola materna è un punto imprescindibile dello sviluppo di un figlio. C’è la proposta di renderla obbligatoria. Perché no? È necessario pensare in modo nuovo alle tutele dei bambini e degli adolescenti: non solo in quanto figli, ma anche in quanto cittadini. E quindi diverso è invece il discorso della obbligatorietà scolastica fino ai 18 anni, proposta che è stata presentata in un programma elettorale insieme a quella della obbligatorietà della scuola materna: occorre fare attenzione a che la scuola non resti il parcheggio di una generazione su cui non si hanno chiari progetti, non prenda il posto di una culla infinita, non diventi la fabbrica di una adolescenza azzoppata, l’incistamento della classe adolescente, il colpevole ritardo del loro inserimento in un mondo che loro – non noi – dovranno cambiare. È anche in vista di questo compito che li attende che i figli devono imparare presto il funzionamento del collettivo in cui vivono. Non possono entrare nel mondo comune a 16-18 o 20 anni – come accade ora, quando va bene – senza averne fatto una sufficiente esperienza prima, altrimenti non potranno che subirne i meccanismi di funzionamento senza avere la possibilità di trasformarli radicalmente. Lo intuiscono certamente che parlare di pace alimentando l’industria della guerra o parlare di ambiente riproponendo il carbone è un assurdo, ma che mezzi avranno per modificare le aporie del mondo se non entrano presto nel gioco?

Il lavoro estivo ai 13-14 è uno dei modi per trattare i ragazzi da cittadini e non da bambini oggetto del godimento infantile delle famiglie.

 

Un ulteriore insegnamento, dal valore inestimabile, prodotto dal lavoro estivo precoce è la scoperta che in ogni attività umana c’è una parte che non produce godimento immediato, che non soddisfa subito: si chiama impegno in vista di una realizzazione o, tecnicamente parlando, frustrazione, ossia l’ostacolo all’appagamento istantaneo di un bisogno (che è l’opposto del desiderio). Se non è eccessiva e non si trasforma in privazione di beni essenziali, la frustrazione rappresenta un ridimensionamento dell’immagine di sé e aiuta a tollerare le difficoltà, aumenta la resilienza, cioè la capacità di trasformare gli urti della vita senza che essi li spezzino irrimediabilmente. Insegnamento prezioso, soprattutto oggi che un bambino è allevato come un essere a cui tutto si deve e a cui nulla è chiesto in cambio. Il concetto di scambio concreto (lavoro-denaro) è indispensabile per i suoi assi di orientamento, soprattutto oggi in cui quasi più nessuno gli dice cose del tipo: contribuisci alla vita famigliare comune caricando la lavastoviglie, pulendo la tua camera, pulendo il bagno. Pronunciare questo tipo di frasi, insegnare loro il concetto di compito, lascerebbe i figli più liberi di se stessi, ridimensionando la parte eccessiva e oppressiva di quel debito infinito verso i genitori. Servirli, al contrario, è controllarli, mantenerli con il viso voltato indietro verso la famiglia e non verso il mondo, lasciarli in una forma di ringraziamento perenne che diventa inibizione e arresto dello sviluppo.

La frustrazione è un punto di limite che insegna qualcosa sul mondo e su di sé. È insita persino nel lavoro più gratificante: non è esente nel lavoro del medico, dello psicoanalista, dell’attore, dello scrittore e persino del calciatore o del cantante e di tutti quei lavori che paiono “dorati” perché in ogni lavoro c’è una quota di sacrificio. La frustrazione è uno dei cuori pulsanti del lavoro, ed è quello che aiuta a elaborare il limite di ognuno, non tanto per superarlo orgogliosamente, ma per trovare un punto di stop al proprio narcisismo, a quella passione triste che non ci fa combinare niente di buono. Responsabilità, impegno, frustrazione, senso del limite vivono congiunti, non si dà uno senza gli altri. Il gusto del lavoro ben fatto implica fatica e anche sviluppo soggettivo. E questa non è un’aporia.

Oggi schiere di giovani rifiutano il lavoro. Esiste un fenomeno trasversale che sta toccando moltissimi ragazzi e ragazze ed è quello di un disabbonamento al concetto di lavoro perché, sostengono, il lavoro è sfruttamento. Effettivamente lo è, tuttavia non si può buttare via il bambino (del lavoro) con l’acqua sporca (dello sfruttamento). I ragazzi non possono aspettare a lavorare fino a che non ci sia la giustizia sociale perfetta: occorre fare i conti con la realtà perché per poterla cambiare occorre viverla. I giovani sono i grandi dimenticati ed è per questo che è meglio si inseriscano presto nel lavoro per poter capire, rendersi conto dei meccanismi e un giorno essere in grado di cambiare i giochi. Non vivono nel migliore dei mondi possibili, ma certamente non nel peggiore.
Il nostro mondo capitalistico è un mondo di sfruttamento – si fonda difatti sul pluslavoro – e va cambiato, ma questo non può essere un motivo per lasciare che i giovani restino a casa evitando loro di lavorare. E mentre stanno sdraiati nell’inedia estiva oppure, se più grandi, rifiutando il lavoro per cui hanno studiato o quello ideale che vorrebbero, si fanno mantenere dai genitori, lasciano cioè che i genitori vengano tranquillamente sfruttati dal sistema capitalistico. Chi mi legge d’abitudine sa che, quando parlo di adolescenti, parlo soprattutto dei loro genitori perché un figlio è il biglietto da visita del funzionamento della famiglia da cui proviene. Non c’è giudizio sui giovani in quella affermazione, solo una interrogazione e un’auspicabile elaborazione delle dinamiche, spesso non esplicite nemmeno per i protagonisti del romanzo familiare.
È giusto condannare lo sfruttamento, tuttavia non può essere una valida ragione per evitare che i figli lavorino, privandoli della crescita che il lavoro porterebbe nella loro vita, sottraendo loro la possibilità di cambiare un giorno quelle condizioni.

Dobbiamo abbassare radicalmente l’età del lavoro, troviamo altri sistemi di tutela, modifichiamo radicalmente l’esperienza della scuola-lavoro, ma non lasciamoli in mano al nulla mentre esso se li divora, avvolgendoli in quella pigrizia che non è un semplice tratto del carattere, bensì una precisa malattia dell’anima, come insegnano Dante, Sant’Agostino e Lacan.
Per le adolescenti che diventeranno giovani donne, c’è una frase di Isabelle Allende che mi piace ricordare e che, a proposito di lavoro e femminismo, recita: “Ho sempre avuto ben chiaro che dovevo lavorare, perché non esiste femminismo che si rispetti che non sia basato sull’indipendenza economica”. È un insegnamento che le nostre madri – sicuramente la mia – ci ha inoculato con il latte. Ecco, è una frase che oggi vedo avere pochissimo appeal sulle ragazze e sulle giovani donne. Questo rifiuto al lavoro potrebbe non essere che il preludio della ricerca di un marito che le mantenga e che, in seguito, le possa lasciare a casa a “godersi i figli”. Troppe – anche solo una è di troppo – gettano alle ortiche studi o lauree addirittura prestigiose. Meglio stare a casa a curarsi i figli – è l’argomento più diffuso – piuttosto che avere una baby sitter a cui di fatto versare il proprio stipendio di madre! Curioso che si equipari lo stipendio della baby sitter a quello della madre e non a quello del padre, o che non si calcoli, più saggiamente, la percentuale del denaro destinato alla baby sitter a partire dalla somma del totale delle entrate della coppia. In questo tipo di obiezione si sente un sottotesto che sussurra che la cura dei figli sia unicamente faccenda della madre.

Quando Isabel Allende scriveva quella frase, sicuramente le sue lettrici dell’epoca – sudamericane comprese – erano sfruttate, probabilmente più di oggi. Eppure quella sua esortazione fu di enorme valore e ne ha ancora oggi. Non è stando a casa che le condizioni del lavoro miglioreranno: chi può modificarle se non i lavoratori? Non lavorare non è la soluzione. Accettare i primi lavori solo se attinenti a ciò che abbiamo studiato, neppure. Si può accettare il sacrificio del lavoro solo quando c’è un desiderio: per esempio quello di indipendenza dalla famiglia. 

Non sarà questo ciò che manca, più che il lavoro?

In conclusione, se posso permettermi una nota personale, ho fatto molti lavori a partire dall’estate del primo anno di liceo in cui ero sorvegliante in una colonia d’infanzia a Marina di Massa: curavo 24 ore al giorno i figli degli operai di una nota industria locale. Inutile dire che non c’era notte in cui uno dei trenta bambini si svegliava con un male o un pianto e che per 30 notti non ho mai riposato a dovere. Ho fatto la vendemmia a 17 anni per pagarmi un viaggio in Spagna con un’amica. Ho provato molti lavori, prima, durante e anche dopo l’università, prima di trovare il “lavoro giusto”. Sono stata fioraia al cimitero maggiore di Milano mentre studiavo filosofia e sono molto grata a quel lavoro perché è stato proprio ascoltando le persone che portavano i fiori ai loro cari defunti, e raccontavano del loro lutto, che ho imparato quello che oggi è il cuore del mio lavoro: l’ascolto. È lì che, a 20 anni, ho imparato a prestare orecchio al dolore.
Ho lavorato poi in pubblicità ma non nel reparto ambito e cool dei creativi, ho anche venduto inserzioni per la carta stampata, ho insegnato italiano e storia in un istituto tecnico alla periferia di Milano, uno di quelli più chiacchierati, e quando mi hanno affidato l’ora alternativa alla religione, ho spiegato l’interpretazione dei sogni di Freud, con grande interesse dei miei studenti che disertavano persino l’ora di teatro per seguire le lezioni di psicoanalisi. Sono stata anche cantante sulle grandi navi da crociera, ambiente molto meno romantico, per il personale, di quel che si potrebbe fantasticare. Tirando le somme, per gli aspetti relazionali, etici, donatori di un senso di realtà, questi lavori iniziali di gavetta valgono quanto le mie due lauree cum laude (di cui vado fierissima) e quanto i miei diversi libri (di cui sono orgogliosissima). Quindi, a costo di sembrare maternalistica, vorrei dire alle ragazze di oggi, ma anche ai ragazzi, insomma a tutti quelli che dicono che il lavoro non deve essere un sacrificio ma una realizzazione, che non c’è realizzazione senza un po’ di frustrazione, impegno e sacrificio. O meglio, per dirla alla Lacan, che il desiderio costa la pelle. Attribuisco a quei lavori umili – soprattutto a quelli umili – una preparazione imprescindibile a quello che faccio oggi. Hanno dato struttura ai miei studi, concretezza alla mia scrittura e mi hanno fatto incontrare persone e mondi che diversamente non avrei mai potuto toccare.

Illustrazione di Ilya Milstein.

Agenda per il nuovo governo. 13, 16, 18: gli adolescenti, il denaro e il lavoro  di Laura Pigozzi