Considerazioni (il più possibile) lucide su Week 11 del 2022 NFL

Forse devo solo rassegnarmi e ammettere la mie colpe: arrivato a fine novembre non posso continuare a dichiararmi “stupito” per la bassa qualità di gioco che ci viene proposta settimanalmente. Il mio stupore, a questo punto, è chiaramente un limite.
Forse questa è la realtà in cui viviamo quest’anno, l’anno in cui gli attacchi hanno apparentemente deciso di fare un passo indietro e lasciare alle difese il compito di determinare i risultati delle partite. Non ho assolutamente nulla in contrario a una partita di matrice difensiva che si conclude poco-a-poco, il mio problema è quando quel poco-a-poco arriva a termine di incontri come Panthers-Ravens o Jets-Patriots – malgrado questa dovrà oggettivamente essere considerata la miglior partita nella storia della National Football League – in cui dietro l’inefficienza offensiva non troviamo difese generazionali o chissà quale brillantezza tattica, ma ettolitri di inettitudine.

Quest’anno va così.
Non sapevo bene di cosa parlarvi, motivo per cui ho deciso di spulciare la classifica nella speranza di imbattermi in qualche spunto narrativo: missione compiuta, dio o chi per lui benedica le classifiche americane e la loro voce streak.
Oggi, infatti, vi parlerò delle squadre che stanno tenendo in piedi una striscia di vittorie consecutive maggiore/uguale al tre facendo una doverosa eccezione per i Washington Commanders che prendono il posto dei Dolphins in bye.

Washington ha vinto cinque delle ultime sei partite e, in virtù di una NFC parecchio deprimente dal collo in giù, ora può considerarsi pienamente in corsa per i playoff anche se la parte finale di calendario non promette affatto bene – due volte i Giants, i 49ers, i Cowboys e i mai banali Marroni di Watson.
Prendiamo in analisi le cinque partite giocate finora con Heinicke under center: noteremo subito che il punteggio medio, tranne nella sorprendente vittoria contro gli Eagles, può rientrare nella categoria del poco-a-poco.
I Commanders nell’ultimo mese non hanno sicuramente spaccato il mondo grazie al cambio di quarterback, stiamo pur sempre parlando di un attacco che segna 22.4 punti a uscita inflazionati da un paio di touchdown difensivi e dal sangue freddo di Slye ma, generalmente, si prende cura del pallone meglio della squadra avversaria: durante la breve tenuta Wentz ciò s’è verificato solamente in occasione della mesta vittoria sui Bears.

Nelle ultime cinque partite, infatti, i Commanders hanno messo insieme un differenziale di turnover pari a +5 non uscendo mai sconfitti dalla partita dentro la partita incentrata sulla gestione del pallone.
I limiti di Heinicke sono palesi, non credo che possa essere in alcun modo considerato un franchise quarterback, ma come durante l’apogeo della TebowMania sembra che finché c’è lui in campo perdere non sia un’opzione. Le statistiche lasciano molto a desiderare, ma sembra quasi che la sua presenza basti abbia spinto il resto della squadra a elevare il livello delle proprie giocate per compiacere un leader attorno al quale attacco e difesa stanno facendo gruppo.
È un caso che la difesa improvvisamente giochi come fosse posseduta?

Contro i Texans, non certamente il più alto livello di competizione – ma bisogna vincere pure partite del genere-, il front seven dei Commanders non solo ha spinto alla terapia Davis Mills pressandolo perennemente, ma ha pure tolto dall’equazione il finora ottimo Dameon Pierce, impantanato a 8 yard in 10 portate: nelle ultime settimane hanno pesantemente limitato i giochi di corsa di Eagles, Vikings e Colts, tutte squadre che ci puntano giusto un po’ su questo fondamentale.
Ho seri dubbi sulla sostenibilità del loro successo, ma ammetto che indipendentemente da come andrà a finire sono rimasto impressionato dalla reazione prettamente d’orgoglio di una squadra disperatamente vogliosa di darsi una svolta che, per essere tale, dovrà partire innanzitutto dai piani alti.
Chi vuole intendere intenda.

Non avrei alcuna voglia di parlare dei Baltimore Ravens: la serie di quattro vittorie consecutive si svuota di ogni valore se si ha avuto la sfortuna di assistere alla quarta.
Concedere loro il beneficio del dubbio mi sembra il minimo, ma un’altra partita del genere e non escludo di essere costretto, mio malgrado, a ricorrere a gesti estremi. In un mese in cui l’attacco ha dovuto ingegnarsi per sopravvivere a qualsiasi genere di infortunio occorso a qualsiasi titolare, a togliere le castagne dal fuoco c’ha consistentemente pensato un reparto difensivo che dopo i collassi d’inizio stagione potrebbe finalmente aver trovato una sorta di quadra.

Da ottobre in poi, infatti, il reparto difensivo dei Ravens non ha mai concesso più di 24 punti: nello specifico, durante la serie positiva, hanno tenuto gli avversari sotto i 15 punti di media. Non fosse stato per un paio di touchdown in garbage time segnati da Buccaneers e Saints tale numero sarebbe ben più impressionante.
Non saprei spiegarvi le motivazioni dietro la metamorfosi difensiva, anche se sono convinto che un pass rush finalmente efficiente senza dover ricorrere smodatamente al blitz stia indubbiamente giovando all’intero reparto: nelle ultime quattro partite Baltimore ha messo a segno ben 16 sack, o se preferite quattro sack ad allacciata. Justin Houston dal nulla ha ricominciato a giocare come fossimo nel 2014, Patrick Queen è uno dei migliori linebacker quando si tratta di portare pressione e l’innesto di Pierre-Paul ha innalzato immediatamente il livello del front seven.

Le finalmente eccellenti prestazioni del reparto difensivo non possono però occultare l’ovvio, ossia che dopo un inizio di stagione impressionante Lamar Jackson si sia notevolmente raffreddato: eccezion fatta per le efficienti prove messe insieme contro Buccaneers e Saints, dal capitombolo contro Buffalo in poi Lamar ha giocato mediamente male.
I motivi delle difficoltà sono sempre gli stessi, il gioco di corse senza Edwards e Dobbins fatica a ingranare mentre il passing game, frustrato dalle assenze di Andrews nell’ultimo mese, è troppo carente dal lato umano per produrre a buoni livelli: è inaccettabile che un quarterback del genere sia costretto a vedere in Demarcus Robinson il proprio go-to-guy con un cognome diverso da Andrews.

In questo caso si può puntare il dito contro la sfortuna per l’infortunio occorso a Bateman, ma tale dito è troppo sottile per provare a trovarvi riparo e nascondersi: il front office era pienamente consapevole di essere a un paio di acciacchi di distanza dal trovarsi in questa situazione e non ha colpevolmente giocato d’anticipo.
Il calendario facile li condanna a qualificarsi ai playoff, ma con un attacco così spuntato non credo sia possibile coltivare chissà quale ambizione.

Malgrado le tre gioie consecutive non me la sento di definire riabilitati i Detroit Lions: analizziamo le avversarie.
I successi di Detroit sono arrivati contro dei Packers in caduta libera, dei Bears che per quanto eroici possano essere sono pur sempre in ricostruzione e dei Giants che nonostante la mia ammirazione non valgono il record che sfoggiano: in tal senso un’eventuale vittoria contro i Buffalo Bills giovedì – questa settimana la guida esce di giovedì! – mi aiuterebbe a prenderli molto più sul serio.
Quella contro i Giants è stata una partita strana nella quale il front seven dei Lions è riuscito a limitare pesantemente il gioco di corse dei padroni di casa, costringendo così Daniel Jones a provare a vincerla: raramente questa è una bella notizia per i Giants e i loro tifosi.

Aver tenuto Saquon Barkley a 22 yard su 18 portate è un qualcosa di semplicemente sensazionale per il quale rischio di spellarmi le mani a suon di applausi verso Aaron Glenn che, dopo un inizio di stagione estremamente difficile, sta indubbiamente risalendo la china.
Ripeto, non erano contro la prima della classe, ma ciò nonostante vederli comportarsi da squadra seria sfruttando nel migliore dei modi ogni singolo errore avversario mi scalda il cuore perché domenica hanno messo a segno il trentello più anonimo che possiate vedere, limitandosi a capitalizzare le ottime posizione di partenze garantite dagli sforzi congiunti di Daniel Jones e dell’improvvisamente competente difesa.
Aspettarsi numeri da Mahomes da Goff non ha veramente alcun senso, motivo per cui sono più che contento a vederlo gestire la partita tenendosi lontano dagli errori e, una volta in red zone, rifornire di tocchi quel Jamaal Williams che ha già segnato una dozzina di touchdown in questo campionato. Se si può contare su una linea d’attacco del genere che senso ha cercare soluzioni sofisticate quando si può sempre ricorrere alla forza bruta?

L’esame Bills dovrebbe fornirci un’indicazione apprezzabilmente precisa sul loro valore assoluto, ma indipendentemente da ciò che accadrà durante il giorno del ringraziamento Detroit deve essere fiera della mini-resurrezione di cui si sta rendendo protagonista soprattutto perché la crescita del reparto difensivo promette molto bene per i prossimi anni vista la bassissima età media del reparto.
Playoff? Mai dire mai, anche se temo sia troppo tardi: concludere a sei-sette vittorie dopo un inizio di stagione del genere sarebbe già tantissimo per una squadra così giovane e inesperta.

Abbiamo speculato così tanto sulla AFC West che, a un certo punto, delineare lo scenario attuale altro non era che un modo per dare sfogo al proprio lato hipster.
Due squadre inchiodate su un avvilente 3-7, i Chargers che galleggiano nell’acciaccata mediocrità di un insipido 5-5 e i Chiefs lassù per gli affari loro: lo avreste reputato possibile dopo gli sbarchi dei vari Wilson, Adams, Mack, Jones, Jackson e chi più ne ha più ne metta?
No, assolutamente no. Si poteva consegnare ai Chiefs la palma di favoriti in quanto, dopo tutto, sono pur sempre i maledetti Kansas City Chiefs di Patrick Mahomes e Andy Reid, il binomio quarterback-allenatore più terrificante della National Football League, ma immaginarli lassù così indisturbati – come da anni a questa parte – e sereni no, non era possibile.

Non c’è molto da dire su questa squadra, l’arroganza con cui stanno prendendo a pesci in faccia le nostre speculazioni dovrebbe aiutarci a comprendere una volta per tutte che finché potranno contare su quel quarterback e su quell’allenatore, ogni discussione sulle gerarchie della AFC dovrà partire da loro.
Contro dei buonissimi Chargers hanno dato prova – ancora una volta – della loro storica unicità, vincendo in fretta e furia una partita che si era incanalata su binari tutt’altro che favorevoli. È proprio questo il loro problema, chiunque era sicuro che in meno di due minuti Mahomes avrebbe dipinto l’ennesimo game winning drive della propria leggendaria carriera.
Siamo arrivati a quel punto in cui a fare notizia sono solo ed esclusivamente i fallimenti, sebbene anche il più stolto degli appassionati è consapevole di non poter dare per scontate vittorie del genere che nella loro ripetitività non smetteranno mai di regalarci meraviglia.

Non possiamo, non dobbiamo permetterci di dare per scontati fenomeni generazionali del genere.
Non dobbiamo dare per scontato Travis Kelce, anche se noi tutti ci domandavamo cosa sarebbe stato di lui senza Tyreek Hill dall’altra parte.
Perderanno qualche partita da qui alla fine del campionato e quasi sicuramente ci chiederemo «cosa non vada nei Chiefs?» perché ci hanno abituati così bene che è fuori di testa immaginarli perdenti: siamo fortunati a esserci stati nei loro anni.
Hanno lasciato i loro momenti ai vari Bills, Dolphins e Ravens ma dall’alto di un eccellente 8-2 ancora una volta possono affacciarsi al mese più importante dell’anno con la razionale consapevolezza di essere la miglior squadra della conference e, a mio avviso, della lega.



Considerazioni (il più possibile) lucide su Week 11 del 2022 NFL