Inside Bucarest | Un terzo delle schiave del sesso in Europa proviene dalla Romania

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Il 16 dicembre 2016, è stato ritrovato in Francia il corpo sfigurato di una ragazza, in un bosco del dipartimento del Giura. Nessuno ne aveva denunciato la scomparsa e ci è voluto un anno prima che si scoprisse che si trattava di Mihaela Miloiu, una 18enne rumena che lavorava nel settore del sesso in Svizzera, dove la prostituzione è legale dal 1942. È stata uccisa con un coltello da un “cliente” francese, Alexandre Verdure, sposato e padre di due figli, condannato in primo grado e in appello (ha fatto ora ricorso in Cassazione). È l’ennesima storia di una “prostituta rumena” che ricorda altri casi di femminicidio da prostituzione come quello di Nicoletta, una 26enne rumena uccisa da un “cliente” nella regione di Gard nel 2018.

Dietro questi diversi fatti di cronaca vi è un fenomeno europeo di portata difficilmente misurabile, ma di dimensioni spaventose. Si stima che in Europa vi siano tra 700.000 e 1,2 milioni di lavoratori del sesso (tra 30.000 e 44.000 nella sola Francia), di cui la Romania fornisce circa un terzo del totale. Questo dato è stato messo in rilievo dalla giornalista rumena Maria Moiș sulla base di dati disponibili provenienti da fonti governative e associative. «Si tratta di un ordine di grandezza, poiché è molto difficile raccogliere dati sparsi tra varie fonti e che le autorità non raccolgono in modo sistematico», spiega l’autrice. Tuttavia – secondo il rapporto 2021 del Dipartimento di Stato americano – per il terzo anno consecutivo la Romania è stata la principale fonte di esportazione di persone trafficate a scopo di sfruttamento sessuale in Europa. Cosa rende la Romania un “terreno fertile” per le lavoratrici del sesso?

Mihaela aveva appena compiuto 18 anni quando è stata portata in Svizzera dal trafficante contro cui tra l’altro aveva anche sporto denuncia in Romania. Il trafficante non era finito in prigione, pur essendo stato giudicato colpevole di complicità nella tratta di minori: costringeva le sue vittime a prostituirsi in Romania finché non diventavano maggiorenni e potevano attraversare le frontiere. «Ha ottenuto la sospensione della pena e, purtroppo, la giovane donna è tornata da lui», racconta il poliziotto della Direzione per le indagini sulla criminalità organizzata e il terrorismo (DIICOT) che aveva convinto Mihaela a sporgere denuncia. «Queste ragazze si trovano spesso in uno stato di dipendenza emotiva dai loro aggressori. Sono spesso facili da manipolare e questo garantisce che non testimonino contro di loro».

Iana Matei conosce bene il fenomeno. Nel 1999 lei, psicologa di formazione, ha fondato una casa di accoglienza per minorenni vittime della tratta: “Reaching Out Romania”. «Sono ragazze adolescenti, tutte vogliono innamorarsi e un giorno arriva un uomo che dice ‘ti amo’. Vogliono crederci», spiega. In 20 anni, lei e la sua équipe hanno seguito più di 700 ragazze costrette a prostituirsi. Le vittime sono sempre più giovani, osserva Iana Matei: delle otto ragazze oggi affidate alle sue cure, la più giovane ha 10 anni. Il giorno in cui abbiamo fatto visitata alla casa protetta dell’associazione, una bella abitazione sulle colline a 150 km da Bucarest, sette di loro erano sedute sul divano del soggiorno a guardare Tom & Jerry alla TV. La più grande, 16 anni, era in camera con il figlio di 3 anni, conseguenza di uno stupro.

«Questi bambini hanno un profilo comune: hanno subito svariati abusi emotivi e fisici, violenza sessuale, umiliazione, abbandono e non hanno mai sentito dire ‘ti amo’. Quindi non importa se il tuo ragazzo il giorno dopo ti picchia, sono già state picchiate in passato. Ma almeno, se ci si comporta bene, non si perde il ‘ti amo’». Questa tecnica di manipolazione ha un nome: è il metodo del “Dongiovanni”, oggi favorito dai trafficanti perché spesso li salva da procedimenti giudiziari. Il periodo di corteggiamento può durare settimane o addirittura mesi. Un investimento che può ripagare ampiamente, visto che il traffico di esseri umani è il secondo più redditizio dopo il traffico di droga. È un mercato che vale miliardi di euro.

«Tutti si chiedono: come può essere così cieca da non capire – quando la fa andare in strada – che lui è un pappone. Ma nella mente della ragazza sono una coppia, nel bene e nel male. La situazione non è buona, lei deve aiutare, sacrificarsi per la coppia…», spiega Iana. I trafficanti sfruttano bene questo meccanismo, che permette loro di avere schiave fedeli. «Dopo 4-6 anni di strada, la ragazza non ha più alcuna autostima o rispetto di sé, crede di non poter fare altro. Ecco perché quando le ONG cercano di toglierle dalla strada, si rifiutano. A volte i trafficanti sposano le loro schiave, lo stato civile dà un’apparenza di legalità che permette di nascondere il traffico. Con la scusa dell’”amore”, costruiscono una relazione con il massimo controllo».

Carmen (non è il suo vero nome) è una sopravvissuta alla tratta degli schiavi. Come molti altri, non sapeva che il suo “ragazzo” faceva parte di una rete di quattro persone appena uscite da un carcere della Romania. Il tribunale li aveva riconosciuti colpevoli di aver costretto delle minori a prostituirsi. Ma hanno poi ottenuto la sospensione della pena e hanno ripreso la loro attività. Aveva 19 anni quando tutto è cominciato. «Ho cercato l’amore e l’affetto che non avevo a casa tra le braccia di un uomo senza scrupoli», racconta. Si è trovata costretta a prostituirsi a Losanna, in Svizzera, nell’unica strada della città in cui è legalmente possibile farlo. «Non mi era permesso di fare nulla, a volte non mi era permesso di fare il bagno da sola. Non mi è stato permesso di avere una carta di credito, il mio telefono personale è rimasto a loro, non avevo Facebook, non avevo contatti con nessuno», racconta.

Carmen è riuscita a liberarsi quando il protettore che la controllava è stato arrestato e riportato in Romania. Ma è ancora profondamente traumatizzata. Ad esempio, non riesce più a reggere di sentire parlare il francese o l’inglese. «È una vera e propria fobia, le persone che sento parlare una lingua straniera mi sembrano degli stupratori», dice. «Ogni volta che soffia il vento o fa freddo, mi ricordo di quella lunga strada buia dove sono rimasta per ore, e di tanto in tanto la sogno ancora…».

La criminalità organizzata rumena e i suoi clienti sfruttano un contesto sociale caratterizzato da povertà, scarsa istruzione e traumi derivanti da violenze domestiche e sessuali. Secondo un rapporto del Consiglio superiore della magistratura rumena, tra il 2014 e il 2020 sono state registrate presso le procure della Romania 18.549 denunce di abusi sessuali su minori – una cifra che rappresenta solo una piccola parte del numero effettivo di abusi – l’80% delle quali non ha raggiunto il tribunale per il processo. Secondo i dati della Rete rumena per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, il 95% delle vittime di violenza sessuale sono donne e ragazze. Dei 26.809 casi di violenza domestica registrati nel 2020 – ancora una volta una piccola parte del numero reale – l’80% delle vittime sono donne.

«Questa violenza di genere prepara il terreno da cui attingono i trafficanti e da cui traggono profitto i clienti», spiega Monica Boseff, 54 anni, energica direttrice della Fondazione Ușa Deschisă. Per lei non ci sono dubbi: la schiavitù sessuale si nutre del trauma creato dalla violenza sessuale e domestica riprodotta di generazione in generazione dal sistema patriarcale. Lei ne sa qualcosa. «Avevo quattro anni quando sono stata violentata per la prima volta dal padre di mio padre, so cosa succede nella testa di un bambino quando questo accade: qualcosa si rompe dentro, si cresce con una mentalità e una prospettiva che ‘questa è la vita’, ‘questo è il nostro destino’, ‘questo è ciò che accade quando sei una ragazza’…», spiega. «Anche io sono stata violentata da due sconosciuti quando avevo 17 anni… E ora mi rendo conto di quanto fossi emotivamente vulnerabile da giovane adulta nei primi anni ’90, dopo la caduta del regime comunista. Non sono stata trafficata ma avrei potuto esserlo, sono stata vicina a rispondere a uno di quei falsi annunci di lavoro che portavano le ragazze a lavorare nei bar del Giappone, della Grecia…».

Oggi, questa assistente medica di formazione, “cristiana e femminista”, gestisce un rifugio d’emergenza per donne adulte vittime della tratta nella regione di Bucarest. È il primo del suo genere, aperto 10 anni fa. Si tratta di un’iniziativa interamente civica, senza alcun sostegno da parte dello Stato: ha venduto la clinica medica di cui era proprietaria per acquistare il rifugio. Attualmente vi sono ospitate undici donne adulte (con cinque bambini). Altre 52 donne ricevono sostegno al di fuori della casa di accoglienza (psicologico, finanziario, legale, corsi professionali e “amore incondizionato»). «La maggior parte delle donne trafficate viene rimpatriata da paesi in cui la prostituzione è legale», spiega l’autrice. In Spagna, dove questo è il caso, le autorità stimano che il 90% delle prostitute si trovi ciononostante in una situazione di sfruttamento, con un protettore alle spalle.

Una delle ospiti del rifugio, veniva fatta prostituire in Francia, in appartamenti. «Anche lei è stata catturata con il metodo del Dongiovanni. Quando voleva andarsene, i protettori le mostravano foto con alcuni dei loro complici dietro alla sorella o alla nonna in Romania, minacciando di far loro del male», spiega Monica.

Per Monica Boseff e Iana Matei, vi è un’enorme ipocrisia da parte di tutti: in Romania, nei paesi di destinazione e tra i clienti. «Da parte rumena si dice: non è colpa nostra, vanno puniti i clienti, sono i paesi di destinazione che devono occuparsi dei loro pervertiti», riassume Iana Matei. Ma non si fa nulla per affrontare la criminalità organizzata, che «è penetrata nello stato rumeno e sta influenzando le politiche pubbliche», denuncia. Un simbolo di questa penetrazione è la nomina di Laura Vicol a presidente della commissione giuridica della Camera dei Deputati nel 2020. Questa parlamentare del Partito Socialdemocratico al potere è stata anche l’avvocato di alcuni capi della malavita rumena. In un atto d’accusa basato su intercettazioni telefoniche, la Direzione Nazionale Anticorruzione ha persino sottolineato il “legame di subordinazione” che avrebbe avuto con uno dei capi della criminalità organizzata, Marian Bejan, in particolare condannato per… favoreggiamento della prostituzione.

«Anche se alcuni agenti del DIICOT hanno un buon cuore e lottano ogni giorno», sottolinea Monica Boseff, «il sistema giudiziario e di polizia rumeno è in uno stato deplorevole, con le autorità politiche che non hanno fretta di creare istituzioni efficaci che possano sfidare il sistema ampiamente clientelare da cui traggono il loro potere».

Nei paesi dell’Europa occidentale al contrario, si constata che le vittime sono cittadine rumene e si ritiene che sia la Romania a doversene prendere carico. «La maggior parte delle ragazze sono sottomesse al controllo dei trafficanti e dice di non voler essere salvata. Sono i trafficanti a dover essere presi di mira, perché per il momento il rapporto rischio/guadagni è favorevole a questo traffico. Ma questo richiede risorse umane e tecniche, costa molto denaro e quale governo vuole spendere soldi per vittime di nazionalità sytraniera? Ciascuno rinnega le proprie responsabilità», sottolinea Iana Matei.

«Si ha poi paura di prendere di mira i clienti», aggiunge Monica Boseff, «perché sono uomini benestanti, cittadini locali che pagano le tasse, votano, alcuni sono uomini di potere… D’altra parte, si tratta di ragazze straniere provenienti da comunità svantaggiate e marginali, come ad esempio la comunità rom, di cui nessuno si occupa». Va notato che il ricorso alle prostitute non è raro tra i francesi: il 22% di loro ne ha frequentata una almeno una volta nella vita, vale a dire un uomo su cinque, in un paese in cui la prostituzione è illegale.

E l’Unione europea? «È tutto un ‘parlare, parlare, parlare’, ma i soldi non vanno dove vanno le loro parole», dice Iana Matei dopo sospiro lungo e stanco. 20 anni di impegno per i bambini senza alcun sostegno istituzionale avrebbero scoraggiato molti. Ma è ancora lì, nonostante la precarietà finanziaria e gli ostacoli posti dallo stato rumeno, che non sa come collaborare con la società civile, la quale tuttavia si occupa di due terzi del lavoro sociale del paese. Secondo la legge rumena, in nove contee avrebbero dovuto essere creati centri protetti per le vittime della tratta, ma esistono solo sulla carta. Attualmente, le vittime salvate dalla tratta sono ospitate in sette rifugi privati con – complessivamente – poco più di 100 posti. «Abbiamo bisogno di assistenza per le ragazze, non solo di parlarne», sottolinea Iana, soprattutto perché «l’ingresso della Romania nell’UE ha peggiorato la situazione», in quanto i trafficanti sono perfettamente in grado di sfruttare la libertà di viaggiare e lavorare. Inoltre, la prostituzione non è l’unico settore in cui si registrano molti casi di sfruttamento, o addirittura di “schiavitù moderna”, dei lavoratori dell’Europa orientale da parte dei paesi occidentali: anche l’agricoltura, l’edilizia e l’assistenza domiciliare sono interessati. Lo sfruttamento è un tema al centro dell’UE. «Eppure ci sono così tante persone nel Parlamento europeo che non hanno mai messo piede in una casa di accoglienza per sopravvissuti alla tratta», afferma Monica Boseff.

Carmen, dal canto suo, aspetta da più di cinque anni che chi l’ha trasformata in una schiava sessuale venga punito: il caso è ancora pendente presso il tribunale di Argeș. Anche la famiglia di Mihaela è in attesa di ottenere giustizia. «Stanno tutti bene, [i trafficanti] camminano liberi, tranquillamente, e il caso non va avanti», riferisce il fratello di Mihaela. Nel frattempo, la grande macchina del trauma continua a funzionare a pieno ritmo, alimentando il bacino delle future prede.

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