Paolo Cognetti: “In un mondo sommerso dal turismo di massa, ormai viaggiamo per cercare noi stessi”

Paolo Cognetti e Nicola Magrin sono andati in Alaska, attraversando il grande Nord e raccontando tutto nel podcast di Audible “Sogni di Grande Nord”.

“E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? Sì. E cos’è che volevi? Potermi dire amato, sentirmi amato sulla terra”. Questa è “Ultimo frammento”, probabilmente una delle poesie più conosciute di Raymond Carver che fa da fil rouge anche a “Sogni di grande Nord – Racconto di viaggio”, il podcast esclusivo Audible, in collaborazione con Feltrinelli Audiopodcast, in cui lo scrittore Paolo Cognetti, Premio Strega con il libro “Le otto montagne” e l’illustratore Nicola Magrin raccontano il loro viaggio dalle Alpi all’Alaska, alla ricerca del Magic Bus di Christopher McCandless, la cui storia è stata raccontata nel film “Into The Wild”. Un viaggio nella natura selvaggia, attraversando il grande Nord, appunto, accompagnati dalle parole dei grandi maestri della letteratura americana: Hemingway, Thoreau, London, Melville, Alice Munro e Carver, appunto. La pioggia, la fatica, i paesaggi mozzafiato, i racconti attorno al fuoco, i padri, le pozzanghere, gli incontri con chi ha mollato tutto per trasferirsi nella solitudine dei boschi sono solo una piccola parte di quello che si può ascoltare in questo lungo narrare tra due artisti che sono anche due appassionati viaggiatori. Un’avventura che rientra appieno in quella grande costellazione fatta dalle opere d’arte di viaggio, che sempre più raccontano, bene o male, mondi che possano portarci lontano dalla quotidianità soffocante, alla ricerca di luoghi naturistici ma soprattutto di luoghi interiori. Ne abbiamo parlato proprio con Paolo Cognetti.

In Senza mai arrivare in cima scrivevi: “Mi ritrovai sulle labbra la parola Alaska e subito dopo mi chiesi da dove fosse venuta, dato che io in Alaska non c’ero mai stato”. Insomma, questa Alaska, questo grande Nord, ci sono sempre stati nella tua vita?

Sì, questi viaggi comunicano l’uno con l’altro, anche se l’Himalaya e il Nord America sono posti diversissimi, hanno a che fare con una ricerca di un grande Nord e della vita che credo andrà avanti. Sono quelli i paesaggi che mi attirano e che forse che mi assomigliano. Una lettura fondamentale per me è stata “Sogni artici” di Barry Lopez, un naturalista americano morto pochi anni fa, che aveva dedicato tutta la vita allo studio del paesaggio artico, dall’Alaska alla Siberia, e a un certo punto scriveva: “Nel corso dei miei viaggi finii per rendermi conto che il paesaggio del Grande Nord era composto, sì, dalle pietre, dalla tundra, dagli animali solitari, ma anche dai sogni e i desideri degli esseri umani”. Questa cosa la sento molto vera e quindi nella mia testa e nel mio cuore le Alpi, l’Himalaya e l’Alaska comunicano, sono paesaggi in cui cercare risposte.

Morto lo scrittore Nicholas Evans, autore de L’uomo che sussurrava ai cavalli

È un viaggio che nasce come ricerca degli scrittori e alla fine si è trasformato in un viaggio di wilderness con London, Thoreau e Carver come fari. Come mai hai sentito il bisogno di modificarlo e andare sempre più a Nord?

Era nato come un viaggio americano, avrebbe dovuto essere un viaggio per le case e i luoghi in cui i miei scrittori avevano vissuto. Poi, studiando il percorso, mi sono reso conto che sarebbe stato un viaggio per cimiteri e musei, in un ambiente ormai irreversibilmente cambiato e quindi ho pensato che di quegli scrittori potevo cercarne lo spirito anche senza andare a casa loro ma dove poteva essere rimasto integro.

In generale non è solo viaggio e natura, ma anche una ricerca di sé e dell’altro, no?

Sì, per me molto importante la dimensione dell’incontro. Il cuore del viaggio è anche un po’ nel quanto siano solitarie le persone che vado a trovare. Anche quello con il Magic Bus è stato un incontro, nel senso che lì la presenza di Chris è talmente forte che non mi sembrava di stare in un luogo deserto, quanto, piuttosto, di stare in un luogo in cui lui c’era, in cui c’erano tutte le persone che sono andate a cercarlo.

E in qualche modo è anche un po’ un viaggio alla ricerca dei padri, pensavo anche all’incontro con Gianni…

Quella di Gianni è un’altra figura di padre, tra l’altro è morto pochi mesi dopo il nostro incontro, e non so perché ma ce l’aveva scritta sulla testa questa morte che incombeva. Mi sembrava proprio di parlare con una persona alla fine della sua vita e con cui potevo tirare le somme di certe scelte.

“Sono stanco di stare da solo, l’ho scoperto a 40 anni” dici a un certo punto riprendendo quello che ha scritto Chris: “La felicità è reale solo quando condivisa”. Come è cambiata la tua voglia di solitudine e quando hai capito che in realtà era un bene condividerla?

Ho vissuto la solitudine per tanti anni, ho fatto un sacco di viaggi solitari. Per esempio, tutte le cose che ho scritto su New York sono racconti di periodi passati lì da solo, a volte anche per diversi mesi, anzi, forse il posto in cui mi sono sentito più solo è proprio New York. Poi a un certo punto mi è sembrato di averla un po’ esaurita, come un luogo che hai esplorato e che ormai conosci bene, e io la conosco benissimo la mia solitudine, non ho più molto da scoprire, almeno per il momento. Quindi l’idea di fare un viaggio con un amico era qualcosa di nuovo, che anche adesso mi affascina molto.

Come è cambiato nel tempo questo tuo senso di ricerca e come influenza la tua scrittura e il tuo essere scrittore?

Sono sempre più attratto dalla scrittura del paesaggio. Che poi dentro ci possano vivere delle storie, benissimo, però anche nel mio ultimo libro, “La felicità del lupo” sentivo che stavo cercando soprattutto di raccontare dei luoghi: come stanno le persone nei loro luoghi, la nostra ricerca di luoghi che ci assomigliano e in cui possiamo essere felici. Tutto questo non è una storia o una trama propriamente detta, classica, infatti poi le mie trame diventano molto esili, perché mi interessa molto di più questo lavoro fotografico, questo lavoro di ricerca e credo che andrò avanti ancora un po’ a esplorarlo.

Paolo Cognetti (Credits Samarcanda Film)

Paolo Cognetti (Credits Samarcanda Film)

A un certo punto dici “La nostra vita è fatta di tanti compromessi”: scegliere di passare un bel po’ di vita lontano dalla città è stati importante per scendere meno a patti? E quanto costa questa libertà?

Questo è proprio un filo conduttore delle mie scelte. Si può anche essere liberi in città, non è che bisogna andare in Alaska, però ovviamente la città ha più regole e più conformismo, in qualche modo ti devi adeguare al suo stile di vita altrimenti sei proprio un outsider. In questi grandi spazi, invece, puoi anche trovare la vita giusta per te, quella che ti assomiglia. Era una cosa che diceva anche Tiziano Terzani, per citare un altro maestro, che alla fine della sua vita, quando dettava a Folco “Fine / Inizio”, l’ultimo libro che hanno scritto insieme diceva: “Figlio mio, la cosa importante è che tu abbia una vita che ti assomiglia, che è quella che vuoi, che non sia la vita di qualcun altro. Se ottieni questo hai ottenuto tutto”. E ci credo, ci credo anch’io, mi sembra di fare le mie scelte in nome di questa idea. Adesso sono qui, a 2000 metri, nel mio rifugio, ed è proprio questa idea che mi ha portato fin qui. Ogni tanto vado a ricordarmi l’origine di queste scelte, da dove sono nate, e trovo che questa questa cosa di Chris è stata davvero decisiva. Nel 2008 ero un po’ perso, un po’ smarrito, avevo trent’anni, e l’incontro con la sua storia mi ha proprio mostrato una strada, non so se sarei qui se non ci fosse stato lui, per cui dovevo andare a ringraziarlo.

A un certo punto fai un discorso sulla scrittura come riscatto. Quanto vale questo mondo letterario, dei premi, per uno come te che alla fine rifugge queste logiche pur essendosi ritrovato improvvisamente con notorietà, popolarità e aspettative? Che rapporto hai con questo mondo e con queste logiche?

Ho un rapporto difficile. Il più delle volte me ne tengo alla larga, soprattutto negli ultimi anni sto andando pochissimo in giro a fare lo scrittore davanti al pubblico. Però non è tanto quello di cui parlavo quando parlavo della scrittura come riscatto, parlavo proprio della possibilità di farne il tuo lavoro, del vivere della tua grande passione. Ecco, finché tutto questo non si è realizzato è stato molto frustrante, poi a un certo punto è successo, ora effettivamente vivo delle pagine che scrivo e trovo che sia bellissimo, perché è quello che volevo fare fin da quando ero adolescente. Sono riuscito a farlo, mi sono guadagnato la mia vita con le mie storie, è questo che intendevo dire.

Quali sono stati i momenti più complessi, più belli di questo viaggio? C’è qualcosa che che porti con te ma che non siete riusciti a mettere chiaramente all’interno del documentario?

I due giorni finali di marcia verso il Magic Bus sembrano abbastanza lineari, in realtà sono stati difficili, perché pioveva spesso, era tutto fango. Lo Stempede Trail, che è questo sentiero che abbiamo percorso, era diverso da come l’avevo immaginato leggendo e guardando il film: era proprio una stradina sterrata in mezzo alla tundra dell’Alaska in cui non c’erano particolari rilievi, è una specie di lungo bosco molto rado con questi abeti bassi, questo muschio, quindi sarebbe stata una camminata senza alcuna difficoltà se non fosse stata completamente allagata, dall’inizio alla fine. Abbiamo passato due giorni bagnati dalla testa ai piedi, ad attraversare questi laghetti, impantanarci nel fango, a guadare questo fiume. Però, ecco, in un certo senso mi ha fatto piacere, perché il viaggio in macchina era stato troppo facile, cioè era bello guardare il paesaggio che scorreva dal finestrino, però finché non ci entri con il tuo corpo, non lo stai vivendo quel paesaggio, lo stai solo osservando scorrere, per questo ero diventato un po’ insofferente alla macchina, al fatto che avessimo fatto 4000 chilometri tutti così, dentro un abitacolo. È stato liberatorio per me, a quel punto, uscire dalla macchina e tuffarmi in questo percorso di acqua e fango, mi sono sentito un po’ riscattato attraverso la fatica e la difficoltà.

Un’esperienza così consiglieresti prima di ascoltarla, leggerla o guardarla?

Essendo uno scrittore che lavora tanto con una scrittura di immagini, mi piace molto l’idea che un lettore le immagini se le costruisca da solo, se sei bravo a raccontarle. Una delle cose più belle che mi dicono dei miei libri è: “Sembrava di essere lì leggendo una tua pagina. Sembrava di essere in montagna, sembrava di vedere tutto”. Queste è una cosa bellissima, un grande risultato per me perché è proprio quello che cerco di fare e quindi questa cosa del podcast mi affascina, perché è tutto un paesaggio sognato, immaginato attraverso le parole di questi due che vanno, quindi sì, forse comincerei da lì.

Il tuo è un viaggio da tomba a tomba: non posso non chiederti quindi il ruolo della memoria nella tua vita e nella tua scrittura?

È soprattutto la memoria di questi maestri che non so bene perché non ho mai trovato vivi. Spesso mi è successo di incontrarli appena dopo che erano morti. Penso a Mario Rigoni Stern o a  Terzani: li ho scoperti e amati subito dopo che se ne erano andati, anche con un po’ di senso di rammarico per essere arrivato in ritardo. Di queste persone, di questi scrittori, poi ho letto tutto, ne ho letto le biografie, mi sembra quasi di conoscerli, come persone a cui voglio bene, come persone che ho frequentato tanto, come delle voci amiche. E soprattutto, quando scrivo mi accompagnano, ho dei quadretti in casa… ne ho uno di Rigoni Stern sulla stufa, ho il Magic Bus appeso lì vicino alla mia scrivania, sono un po’ i miei santi protettori. Questa per me è la memoria di grandi persone che non ci sono più e che mi hanno lasciato un’eredità che cerco di raccogliere per quanto posso.

La cover di Sogni di Grande Nord

La cover di Sogni di Grande Nord

Ho l’impressione che in questi ultimi anni ci sia stato un ritorno molto forte della letteratura di viaggio, secondo te è così? E a cosa è dovuta questa voglia di evadere?

Il viaggio è diventato un’esperienza sempre più difficile, e non sto parlando del Covid ma del turismo di massa. Quando di me dicono “scrittore viaggiatore” dico mah, non so se sono un viaggiatore o alla fine sono solo un turista, perché anche ai quattro angoli del mondo trovi l’industria, trovi il marketing, trovi un sacco di gente che sta facendo la tua stessa strada. E questo è un po’ avvilente per uno che il mito del viaggio l’ha coltivato e lo insegue. Allora bisogna andare veramente a cercare i viaggi interiori. Intendo dire che forse non è tanto il luogo – come Sylvain Tesson che va in una capanna sul lago Baikal per un inverno (lo racconta nel libro “Nelle foreste siberiane” edito da Sellerio, ndr) – quanto proprio l’antiturismo, la ricerca di uno stato d’animo, di un modo di vita più che la ricerca di un luogo da vedere. Credo che la letteratura di viaggio di oggi stia sempre più tendendo a questo: c’è tantissimo conformismo, abbiamo più che mai, secondo me, la forte sensazione che le nostre vite siano tutte terribilmente uguali – i nostri passatempi, le nostre passioni, i nostri viaggi – quindi forse quello che cerchiamo davvero sono degli esempi di anticonformismo, di viaggio personale, di ricerca personale della propria felicità e della propria via e quando le incontriamo ne siamo ammirati, almeno questo è quello che succede a me.

Qual è la tua prossimo idea per cercare quello che mi ha appena detto?

In autunno torniamo in Nepal, mi piace molto, è il quarto viaggio che facciamo lì. Parlo al plurale perché c’è sempre anche Nicola con me. E dopo tre volte inizi a sentire che questo mondo dove torni lo stai cominciando a conoscere, stai cominciando a capirne il linguaggio. Vorrei tornare anche in Canada, mi sembra sempre che la prima volta non sia sufficiente. A New York sono tornato per dieci anni prima di sentire che potevo scriverne. Mi piace molto di più questa idea piuttosto che quella di fare un viaggio spot una volta all’anno: ora in Patagonia, l’anno dopo in Norvegia, un anno dopo in Alaska. Preferisco tornare per conoscere un po’ meglio quel luogo.

Paolo Cognetti: “In un mondo sommerso dal turismo di massa, ormai viaggiamo per cercare noi stessi”